Recensione: American Caper 1

Grande Truffa Americana

AMERICAN CAPER 1
Autori: Dan Houser e Lazlow Jones (testi), David Lapham e Chris Anderson (disegni), Lee Loughridge (colori)
Formato: 136 pagine, colore, cartonato, 17x26, 21 €
Editore: Panini Comics

A guardare bene, questa è proprio una famiglia che non se la passa affatto bene. In casa Hamilton, la crisi imperversa a tutti i livelli. William, il padre, è un avvocato che ha perso tutto: i soldi, bruciati al gioco, le illusioni e, con ogni probabilità, gran parte dell’amor proprio e della dignità. Sa di essere diventato un mediocre e ormai non si sforza nemmeno più di raccontarsi delle favole. Avrebbe voluto essere un eroe, ma la vita gli ha assegnato piuttosto il ruolo del tizio mediocre, il cui futuro è ancora più cupo di quanto possa sembrare a prima vista.
Sua moglie Marnie, naturalmente, non migliora la situazione. Passa il tempo su Internet a spiegare al mondo intero perché tutto va a rotoli: razzista, complottista, drogata di social network e cibo spazzatura, possiede la straordinaria capacità di trasformare qualsiasi conversazione in una guerra civile. Benvenuti su X nel 2026.
La loro figlia Arabella è il suo esatto opposto: militante fino al midollo, radicale, furiosa con il mondo e soprattutto con i genitori, non è certo meno stupida di loro. Quanto a Brian, il figlio, è ancora nella fase in cui la sua principale preoccupazione consiste nel giocare online, barricato nella propria camera.
E tutta questa bella compagnia vive a Verona, nel Wyoming. Una città immaginaria che sembra costruita apposta per dimostrare che l’America profonda non ha proprio bisogno di una spinta per andare completamente fuori dai binari.

Dan Houser (e Laszlo Jones) si diverte: lo sceneggiatore non si limita a raccontare la storia di una famiglia allo sbando o un noir di provincia. Prende tutto ciò che oggi dà sapore - o, piuttosto, un retrogusto di plastica bruciata - alla società americana e lo butta nello stesso shaker: denaro, social network, razzismo, paranoia, politica, religione, culto del successo, ossessione per la virilità, ambiente sacrificato sull’altare del profitto... Agitate bene, servite ben freddo e non aspettatevi di trovare un personaggio più simpatico o virtuoso degli altri...

Parliamo dei Charmer, i vicini di casa! Una numerosa famiglia mormone con sei figli, una bella casa, soldi, una moglie avvenente, sorrisi e una fede incrollabile. Sono così perfetti che, ogni volta che compaiono, viene quasi da aspettarsi una musichetta pubblicitaria dedicata all’America di Trump.
William, che è davvero il re delle pessime decisioni, è peraltro ossessionato da Eliza, la moglie di Orson Charmer.

In American Caper, i personaggi di destra sono spesso grotteschi, quelli di sinistra possono risultare insopportabili, i ricchi sono raramente raccomandabili e i poveri non hanno necessariamente un carattere migliore. Tutti sono convinti di avere ragione. Tutti hanno una spiegazione. Tutti accusano qualcun altro. E nel frattempo, i problemi continuano tranquillamente ad accumularsi.

Un incidente che coinvolge un furgone con a bordo alcuni evasi e migranti irregolari; William che sprofonda giorno dopo giorno nella palude delle proprie pessime decisioni; Orson che si rivela uno psicopatico al servizio dei suoi datori di lavoro, pronti a sfruttarne le debolezze; e, per non farsi mancare nulla, l’FBI che viene a ficcare il naso in questa polveriera.
È proprio quando il nostro mormone entra in scena da solo che il volume diventa tremendamente scomodo, una vera spina nel fianco. Perché, sotto i panni del padre di famiglia irreprensibile e del buon credente, si nasconde qualcos’altro. Qualcosa di decisamente meno presentabile.
A quel punto, Houser comincia a spostare il baricentro della narrazione. Non siamo più soltanto nel territorio della satira sociale: i segreti prendono il sopravvento, le diverse vicende cominciano a intrecciarsi e American Caper si trasforma in un noir che si muove dalle parti di Garth Ennis.

Il tutto accompagnato dal disegno esaltante e chirurgico di Chris Anderson e David Lapham. I dettagli e le situazioni assurde risultano credibili; ogni pagina trasuda decadenza morale e ipocrisia appena velata.

L’America è spacciata, ma continua a negare la catastrofe. American Caper le sbatte il muso nel piatto e la costringe a bere il calice fino all’ultima goccia. Non piacerà a tutti - a occhio e croce, i trumpisti hanno più probabilità di divertirsi con il libro del generale Vannacci -, ma è abbastanza disturbante e folle da farvi trascorrere un gran bel momento, in attesa del secondo volume, previsto entro la fine dell’anno.
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