Recensione: Tex 685

Harry Willer e Tex Callaghan
di Giuliano Scialpi

TEX 685
Autori: Pasquale Ruju (testi), Alfonso Font (disegni), Claudio Villa (copertina)
Formato: 110 pagine, b/n, brossurato, 16x21, 3,50 €
Editore: Sergio Bonelli Editore

“Tex, il caso Wolfman è tuo!” così si potrebbe intitolare il numero 685 di Tex, parafrasando il classico film dell'ispettore Callaghan (“dirty Harry” altresì detto Harry la carogna) con l'immarcescibile Clint Eastwood, “Callaghan, il caso Scorpio è tuo!”. Questo perché le analogie tra le due storie sono evidenti, in primis il fatto di tenere in ostaggio la cittadina di Silver Bow nel fumetto, così come faceva il serial killer del film con la città di San Francisco. Ma i due malviventi hanno due motivazioni differenti; mentre Wolfman cerca vendetta per l'assassinio di suo fratello, nel film il movente era il cosiddetto vil denaro, un riscatto di duecentomila dollari. Wolfman, un solitario boscaiolo, abituato solo alla compagnia del suo fido War Cry, l'indiano rinnegato e sfregiato in volto, uccide gli abitanti del villaggio sparando dalle montagne circostanti con un fucile a lunga gittata così come Scorpio lo faceva dai tetti dei grattacieli cittadini. Insomma, un appuntamento col destino che Tex non poteva rifiutare e che, aiutato dal fido Kit Carson, non poteva che vincere, rinnovando come sempre la tradizione bonelliana del lieto fine. Lo scontro epico avviene in un paesaggio innevato degno dei migliori numeri di Ken Parker, pieni del fascino della natura selvaggia madre e matrigna al contempo di noi poveri esseri umani, e con le regole e le armi imposte dal selvatico “uomo lupo”.

Alfonso Font si dimostra un maestro nell'interpretare al meglio coi disegni l'atmosfera claustrofobica evocata da Ruju con la sua sceneggiatura tesa a sottolineare un pericolo incombente che non lascia scampo e che può colpire da mille direzioni diverse. Il finale a sorpresa con la rivelazione del vero assassino non può che aggiungere un po' di sapore ad un piccolo capolavoro thriller western come questo. Il salto nel crepaccio finale, caro alla tradizione gotico mystery (Frankenstein, Sherlock Holmes), chiude degnamente il tutto come un sigillo di ineluttabilità del destino al quale non si può sfuggire in virtù della presenza di una giustizia ultraterrena.
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