Recensione: Dylan Dog Magazine 2

Un pasto crudo
di Marco Messina

DYLAN DOG MAGAZINE 2
Autori: Alberto Ostini (testi), Paolo Bacilieri e Luca Genovese (disegni), Bruno Brindisi (copertina)
Formato: 176 pagine, b/n, brossurato, 16x21, 6,30 €
Editore: Sergio Bonelli Editore

Siete tutti invitati a Wickedford per celebrare il matrimonio di Lionel, giovane rampollo della famiglia Hawthorne, e Gloria, Cenerentola da tutta una vita. Ospite d’onore: l’ex-ispettore di Scotland Yard Sherlock Holmes Bloch e compagna (!). Ospite speciale: il celebre inquilino di Craven Road, intento più che mai a persuadere l’ex-fiamma dal compiere il grande passo. Ma se pensate che si tratti di una zuccherosa commedia romantica, ah, quanto vi sbagliate! Gli Hawthorne non sono affatto quel che sembrano, o forse sarebbe meglio dire che sono esattamente quel che sembrano. Letteralmente. Ma andiamo con ordine.

A leggere la storia principale di questo numero sembra che il filone ambientato a Wickedford abbia trovato un senso e una propria ragione d’essere (e, al terzo tentativo, verrebbe quasi da dire: “Era ora!”). Si inizia finalmente a respirare la tanto annunciata atmosfera stile Twin Peaks, dove neanche i gufi sono quello che sembrano, e perfino uno sfarzoso matrimonio, dietro la patina di rispettabile borghesità, nasconde personaggi e situazioni mostruose, inquietanti nella loro allegorica normalità. “I mostri siamo noi”, direbbe Sclavi. E infatti il mostruoso banchetto è una commedia nera, acida e corrosiva, che si inserisce con filologica nonchalance all’interno di uno dei principali temi della serie, ovvero la destrutturazione/vivisezione del nucleo familiare ideale: non più teleologico idilliaco costituito da modelli comportamentali impeccabili (e per questo poco credibili), ma luogo di scontro fatto di individui spesso in lotta tra loro, in balia dei propri demoni e delle proprie idiosincrasie. Se poi la famiglia in questione appartiene alla cosiddetta upper-class (come gli Hawthorne), gli ingredienti per una storia intrinsecamente dylaniata ci sono davvero tutti. Ma, a fronte di un soggetto in apparenza piuttosto banale, la storia imbastita da Alberto Ostini possiede quel tono, quella brillantezza e quella vivacità che erano tanto mancate sia alla storia di Michele Medda (la dimenticabile "Benvenuti a Wickedford", Dylan Dog 340) sia alla storia pubblicata nel Magazine precedente (abbastanza noiosa, nonostante lo spunto interessante). Questa volta Ostini è riuscito a dosare in maniera impeccabile una sceneggiatura fatta di understatement e humor nero, in cui i personaggi del microcosmo wickedfordiano interagiscono in maniera divertita e divertente. A tutto ciò va aggiunta l’azzeccatissima atmosfera british, che su Dylan Dog non è quasi mai cosa scontata, nonostante l’ambientazione; dettaglio, questo, su cui la nuova gestione sembra aver lavorato parecchio.

Buona parte della riuscita generale va attribuita ai disegni di Paolo Bacilieri, autore poliedrico e nome noto ai lettori Bonelli soprattutto per le sue bellissime prove su Napoleone (su cui ha già lavorato con Ostini) e Jan Dix. Qui ritroviamo tutte le caratteristiche (e i punti di forza) tipiche dell’artista: primi piani carichi di espressività; ambientazioni (soprattutto i campi lunghi) dettagliatissime che “bucano” letteralmente la pagina; e personaggi contraddistinti da fisionomie riconoscibili e immediatamente identificabili (si veda ad esempio il bellissimo lavoro svolto sui personaggi femminili, che da sempre contraddistingue il suo lavoro), mai banalmente standarizzati. Un lavoro minuzioso ed estremamente autoriale che regala vita e concretezza alla mondanità di Wickedford, curata fin nei minimi dettagli, a partire dalle varie e assurde acconciature sfoggiate dai personaggi e dagli abiti da loro indossati, che sicuramente non sfigurerebbero in un ricevimento tenuto a Buckingham Palace. A differenza dei suoi lavori precedenti, qui il tratto di Bacilieri appare meno carico e grottesco, accompagnato da uno storytelling più lineare di quanto non ci si potrebbe aspettare ma che, nonostante tutto, regala in alcune occasioni virtuosismi grafici e soluzioni narrative abbastanza atipiche per pubblicazioni di questo tipo (basti pensare alla bellissima splash page in stile "Where is Waldo?"). Nonostante qualche sbavatura qua e là, probabilmente dovuta alla fretta (le tavole iniziali sono datate 2015, quelle finali 2016), il risultato resta assolutamente pregevole. A questo punto non vediamo davvero l’ora di leggere la sua prossima storia, su testi di Ratigher, in probabile uscita nel 2017 e, perché no, anche una storia da autore completo, che dal suo ultimo Napoleone è passato tanto, troppo tempo.

Che l’autore veronese abbia avuto un ruolo determinante nella riuscita generale della storia risulta evidente dal confronto con la breve appendice, disegnata da Luca Genovese e sceneggiata sempre da Ostini, che funge da elegiaco spin-off/approfondimento della prima. Anche Genovese, come Bacilieri, pare non abbia avuto il tempo di curare le tavole come avrebbe voluto: senza dubbio, anche in questo caso, si tratta di un artista di grande talento, dallo stile espressivo e personale, ma incapace (almeno in questo caso) di infondere autorialità, una propria visione, alla storia e ai personaggi, che restano quindi in balia dei testi di Ostini, in questo caso troppo didascalici e retorici. Quasi un racconto di formazione alla Mark Twain, la storia del duo Ostini-Genovese ha come protagonista un poco approfondito (nella storia editoriale del personaggio) Dylan Dog ancora adolescente, prima dell’incontro con una certa Marina Kinball. Con un’atmosfera semicrepuscolare che sembra preannunciare la vita futura del protagonista, questa breve appendice riprende e allo stesso tempo amplifica l'amarezza sottocutenea del racconto madre. Appare un po’ ingiustificata la bicromia, anche se l’effetto finale è senza dubbio piacevole.

Arriviamo alle note dolenti, ovvero gli articoli pubblicati all’interno del Dylan Dog Magazine. Questi si limitano, nella maggior parte dei casi, a fornire una panoramica (neanche troppo approfondita) dei principali titoli in campo letterario, cinematografico, televisivo e videoludico pubblicati nel corso dell’anno precedente. Viene da chiedersi se, nel 2016, un approccio del genere abbia ancora senso. Con l'era di internet, lo scopo primario di una rivista non è più quello di stare sul pezzo, ovvero di offrire quel tipo di informazioni che chiunque, oggi, può reperire nel giro di pochi secondi con un semplice click; a maggior ragione se si parla di una testata a cadenza annuale.
Discorso simile anche per gli articoli di approfondimento veri e propri: paradossalmente, lo snellimento della forma e il restyling generale, più che rimodernare il "vecchio" Almanacco, non hanno fatto altro che accentuarne l’indole anacronistica. Forse sarebbe il caso di concentrarsi su degli approfondimenti veri e propri, d’ampio respiro, riguardanti argomenti misconosciuti e generi poco battuti: offrire, cioè, quel tipo di servizio e di informazioni talmente specifiche e specializzate che internet, nella maggior parte dei casi, non potrebbe fornire. Chiunque può consultare la biografia di Guillermo del Toro su Wikipedia, e dell’ennesimo articolo sugli zombie, sinceramente, facciamo volentieri a meno.
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