Recensione: Dylan Dog - Collezione storica a colori 1-4

L'Orrore a colori
di Gianlorenzo Franzì

DYLAN DOG - COLLEZIONE STORICA A COLORI 1-4
Autori: Tiziano Sclavi (testi), Angelo Stano, Gustavo Trigo, Corrado Roi, Luca Dell’Uomo, Montanari & Grassani, Luigi Piccatto, Giampiero Casertano (disegni), Bruno Brindisi (copertine)
Formato: 324 pagine, colore, brossurato, 18x26, 7.90 € cad. (Euro 1 il n.1) più il prezzo del quotidiano
Editore: Gruppo Espresso

Dopo l’enorme tributo a Tex, e quello più modesto per Zagor, arriva, allegata a La Repubblica e L'Espresso, in edicola la ristampa in grande formato e a colori di Dylan Dog, il personaggio che dopo il ranger creato da Sergio Bonelli è forse la creatura di carta che più ha segnato la storia del fumetto italiano, e che di sicuro ha contribuito non poco alla frantumazione della barriera fumetto d’autore/fumetto popolare.

Nella ristampa a colori, come d’altronde in quelle passate dedicate agli altri due eroi Bonelli, troviamo ogni settimana ben tre avventure, totalmente ricolorate e affiancate da un ottimo apparato redazionale. In apertura di ogni volume, infatti, ci sono note storiche che ben inquadrano il momento in cui le avventure originali uscirono, e articoli e mini saggi di approfondimento che danno invece un senso e più attenzione all’ambito dentro cui l’indagatore dell’incubo si muove, ovvero l’horror.

Va anche detto poi che questo particolare tipo di ristampa, ovvero quella a colori, si inserisce in una sorta di (ennesimo) rinascimento bonelliano: dopo la dolorosa quanto improvvisa scomparsa di Sergio, infatti, pare che nella casa editrice il colore, dapprima visto non proprio con occhi benevoli dallo stesso editore (che ne faceva uso solo sporadicamente, per festeggiare albi particolarmente importanti o anniversari), ora stia diventando appuntamento fisso. Infatti, oltre alle collezioni storiche in formato deluxe, in edicola troviamo o troveremo i Color Fest dello stesso Dylan, altri Color Fest dedicati presto ai comprimari del mondo di Aquila della Notte (una sorta di collana spin-off), addirittura una mini serie mensile interamente a colori "griffata" Roberto Recchioni (Orfani), a la ristampa del glorioso e bellissimo Magico Vento per i tipi della Panini Comics (già licenziataria dei fumetti Marvel in Italia ed Europa) sempre, ovviamente, a colori.

Non più, quindi, un’eccezione, ma una nuova regola che renderà il mondo Bonelli più variegato; senza per questo, si spera e si crede, intaccarne la qualità e la professionalità che da sempre ne contraddistingue le pubblicazioni.

Va infine sottolineato come la quadricromia bonellide non sia però propriamente una quadricromia al passo con i tempi: la resa dei colori è piatta e le sfumature quasi inesistenti. Bisogna però dire come questa è una precisa volontà della casa editrice, che sembra concedersi al colore sì, ma ad un tipo di colorazione che non snaturi completamente il segno grafico italiano, e che quindi resti ancorata ad una sorta di "artigianalità". Ed arriviamo quindi alle storie vere e proprie. 

Chi scrive aveva poco tempo fa parlato di un albo di Dylan Dog recentemente in edicola ("L'Impostore"), e già in quella sede si era ben detto come il fumetto dell’indagatore dell’incubo avesse perso indubbiamente la forza delle origini e parte dello spessore datogli dal creatore Tiziano Sclavi, pur mantenendo un’alta resa qualitativa all’interno degli alti e bassi insiti in una produzione seriale, dopo aver attraversato diversi cambiamenti ed essere ora, da qualche anno, approdato ad una sua "nuova" natura.

Rileggere adesso, a distanza di quasi trent'anni, le prime storie di Tiziano Sclavi, fa allora un effetto ancor più strano. Sono un dylandogofilo della prima ora, e quindi in passato ho riletto diverse volte le prime storie: eppure, a rifarlo adesso, l’emozione sembra nuova, e lo stupore immenso. "L'alba dei morti viventi", "Jack lo squartatore", "Il fantasma di Anna Never", "La bellezza del demonio" (capolavoro!!!), "Alfa e Omega", "Attraverso lo specchio": sono storie che non hanno perso un grammo del loro fascino, e che anzi con il passare del tempo sono forse migliorate. Dando per scontato l’apporto grafico degli artisti di primissimo ordine (difficile scegliere fra il tratto spigoloso di Stano, quello affascinante ed ombroso di Roi, quello plastico di Casertano, quello sfumato di Trigo...), sono proprio i testi di Sclavi che lasciano a bocca aperta, per la loro incredibile sottigliezza e profondità, per la moltitudine di spunti e stimoli e inside joke che nascondono, per l’intatto labirinto di senso e trame dopo decenni. Certo, qualche ingenuità va perdonata (l’uso sospinto di esclamazioni poco felici come il classico "diosanto" di Dylan tutto attaccato, o alcune sbavature di banalità), ma nel complesso sono storie che, rese ancora più fresche e nuove dal colore, rendono appieno la grandezza di un Grande fumetto: rendendo chiaro come e perché Dylan Dog sia passato giustamente alla storia del fumetto e della cultura pop. Rilette oggi, la paura e l’effetto splatter sono forse l’ultimo degli ingredienti: a farla da padrone sono un senso assoluto della Storia come affabulazione, e ancora una padronanza impressionante del medium fumetto, che nelle tavole di Trigo, o Montanari & Grassani, viene decostruito per essere riletto totalmente nuovo, al servizio della narrativa del Nuovo Millennio che, ricordiamo, allora era ancora alle porte, di là da venire.

Vignette orizzontali destrutturate, vignette verticali che restituiscono un senso profondamente cinematografico di quanto accade, punti di vista completamente nuovi e assolutamente innovativi: insomma un linguaggio completamente nuovo che non poteva che segnare una nuova strada da percorrere. E poi, le storie in sé per sé: Lewis Carrol, Ingmar Bergman, Dario Argento, l’età Vittoriana, il Mito e la Fiaba, cinema, letteratura, pittura... il Dylan Dog di Tiziano Sclavi era (è) tutto questo mescolato insieme, e contemporaneamente è altro, qualcosa di totalmente diverso che forse si stava allora vedendo solo sul grande schermo. La narrazione postmoderna partiva (anche) da lì.
Applausi.
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