Recensione: Miracleman di Gaiman & Buckingham 3

Gaiman alle prese coi miracoli
di Emanuele Amato

MIRACLEMAN DI GAIMAN & BUCKINGHAM 3
Autori: Neil Gaiman (testi), Mark Buckingham (disegni)
Formato: 48 pagine, colore, spillato, 17x26, 2,90 €
Editore: Panini Comics

La facilità con cui Gaiman riesce a creare mondi e storie è un qualcosa di poetico. Questa volta, alle prese con l’uomo dei miracoli, non cede ma evidenzia la sua maestria di narratore. Compito arduo quello di prendere un fumetto storico, iniziato e concluso, e dargli nuova linfa vitale, ma lui non batte ciglio. Anzi, cambiando prospettive ha dato nuovo potere ad un comic già di per sé ottimo. 

Questo terzo volume de "L’Età d’oro di Miracleman", dove il mondo ormai vive in pace e senza cose come il denaro ha come protagonista Andy Warhol. O meglio: la sua anima in un corpo creato da Mors (un alieno apparso già nella vecchia run del fumetto), un Qyr (razza aliena da cui lo scienziato Gargunza ha tratto la tecnologia che gli ha permesso di creare Miracleman, Miraclewoman e Kid Miracleman) che riappare in questa nuova serie e che è determinante per questa storia. 

Ma andiamo con ordine. La storia tratta tre temi fondamentali: l’arte, l’omologazione e l’identità. Gaiman crea sofisticati dialoghi tra Andek e Gargunza dove serve qualche minuto a pagina per riflettere su tutta la profondità di quelle battute. L’omologazione è un tema che viene evidenziata anche dalle splendide tavole di Buckingham ispirate alla pop art, corrente di cui Warhol era ed è uno dei massimi esponenti. Rispettando una "gabbia" standard, il disegnatore crea, unisce e disintegra collage di immagini, facendoci vorticare in un loop di colori e disegni.  

La sceneggiatura di Gaiman è sempre una delizia. La classe con cui unisce e separa l’identità e l’omologazione è impressionante. In una scena abbiamo ben diciotto Andy Warhol, tutti uguali ma diversi, con uno di loro - il numero 6 - che dice: “Mi sento più vicino ad Emil che agli altri me stesso”. Il suo chiedersi continuamente perché è stato fatto come era prima se poteva essere ricreato migliore e nuovo. Il tormento dell’essere uno, come la superbia del Warhol numero uno che ritiene che le copie successive siano solo sue creazioni, nessuno (dato che fondamentalmente non è più un essere umano) e centomila (avendo 18 versioni di sé stesso).

L’arte. Gaiman qui gioca su come si possa definire il valore dell’arte se non è misurabile con il denaro. Fa interrogare Andek sul come può definire il suo successo se le persone non acquistano le sue creazioni, non le quantifica per popolarità. Puro genio, non c’è altro termine.

L’aleggiare, poi, di questo essere alieno, Mors (dal latino, Morte), che oscilla tra la severità e la compassione fino alla speranza di un miglioramento dell’essere umano, rende perfetto il quadro gaimaniano.
L’autore britannico non perde colpi, anzi è un pozzo di idee e mondi senza fondo e limiti. Un serbatoio infinito di creatività. Ma era ormai assodato se dopo oltre 20 anni è riuscito a creare un sequel (che è in realtà è un prequel dell’originale) del suo più grande capolavoro nonché capolavoro fumettistico in assoluto: Sandman. 
Ma questa è un’altra storia che poi vi racconteremo.
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