Recensione: Dylan Dog 255

Sul senso della narrazione
di Michele Miglionico

DYLAN DOG 255
Autori: Giovanni Di Gregorio, Ugolino Cossu (disegni), Angelo Stano (copertina)
Formato: 98 pagine, b/n, brossurato, 21x16, 2,70 €
Editore: Sergio Bonelli Editore

Non capita tutti i mesi che un nuovo sceneggiatore esordisca sulle pagine di uno dei tre fumetti più importanti del Bel Paese. Giovanni di Gregorio si è fatto le ossa con il personaggio e con altre esperienze, ma debutta sul mensile di Dylan Dog con una storia che ha sicuramente fatto breccia nel curatore Tiziano Sclavi, che - con le dovute differenze - avrebbe potuto firmarla di proprio pugno, soprattutto dopo il suo recente ritorno ai testi.

Non è una classica avventura. I personaggi sono trascinati in un claustrofobico gioco di scatole cinesi, abbastanza avvincente, il cui esito finale spiazza, tanto da far pensare che le novantasei tavole siano passate fini a se stesse.

Eppure, i dubbi che la storia lascia (come succedeva ai bei tempi!), l'ottimo umorismo di Groucho e le inaspettate riflessioni meta-narrative alla Grant Morrison sono motivi sufficienti a sostenere l'albo. Niente a che vedere con la mancanza di struttura e la debolezza delle prove di Michele Masiero, penultimo arrivato a Craven Road.

Nulla da eccepire sulle tavole di Ugolino Cossu, sempre adatto alle atmosfere dell'Indagatore dell'Incubo.
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