Recensione: Deadman

Il fumetto più gotico
di Mariano D'Anza

DEADMAN
Autori: Mike Baron (testi), Kelley Jones (disegni)
Formato: 240 pagine, colore, brossurato, 17x26, 16,95 €
Editore: Planeta DeAgostini

Negli anni ’60 il pubblico statunitense, da sempre interessato al mondo del soprannaturale, si mostra particolarmente ricettivo nei confronti delle dottrine orientali. Tale interesse aveva già dato i suoi frutti negli anni ’30, con le esotiche avventure del famoso detective-mentalista The Shadow. Questo proto-giustiziere mascherato, antesignano del più famoso e tormentato Batman ed a cui prestò la voce per il programma radiofonico un giovanissimo Orson Welles, fu ideato da William B. Gibson come un eroe con caratteristiche da "supervillain", prontamente messe a disposizione della comunità nella lotta contro il crimine. The Shadow è dotato di incredibili poteri ipnotici ed è una figura che usa le sue conoscenze mesmeriche per incutere paura nei criminali, molto inquietante, soprattutto se consideriamo che le fonti alle quali Gibson si ispirò per dare vita a questa oscura e ferale figura annoverano La casa e il cervello di Bulwer-Lytton e Dracula di Bram Stoker.

E proprio negli anni ’60, la DC Comics decide che i tempi sono maturi per un altro personaggio che coniughi sapientemente il mondo dell’occulto con quello della lotta al crimine. Ed ecco che Arnold Drake (il creatore di Doom Patrol) partorisce dal suo inconscio in ebollizione la tormentata figura di un trapezista bravo e spericolato, Boston Brand, in arte Deadman. Boston indossa un costume rosso con una enorme "D" stampata sopra ed un trucco facciale color delle ossa, profetico a causa di ciò che gli toccherà in seguito. Il nome di scena "Deadman" deriva dalle coreografie particolarmente pericolose - "mortali" - che esegue. E’ proprio durante una di queste pazze coreografie che Boston viene ucciso in circostanze misteriose, con un unico, fatale colpo di fucile. Muore Boston Brand, nasce Deadman.

I primi dieci numeri della serie vedono il nostro eroe sotto forma di fantasma, dotato del potere di "possedere" corpi umani coscienti da una enigmatica divinità orientale rispondente al nome altisonante di Rama Kushna alla ricerca di vendetta. I responsabili dell'omicidio di Boston Brand sono una setta tibetana di assassini, i cui neofiti, dopo un lungo addestramento, vengono sottoposti all’ultima prova allo scopo di testare il loro potenziale e questa prova consiste, per l’appunto, in una uccisione casuale (un po’ come in Ninja Assassin) e la sorte ha voluto che questa volta toccasse proprio al povero Boston. Inutile dire che il Nostro si vendicherà ampiamente dei suoi carnefici, ma trarrà da questo ben poca soddisfazione dal momento che rimarrà un fantasma, il quale, morto per morto, deciderà in seguito di continuare la lotta al crimine sotto l’alto patrocinio di Rama Kushna.

Nonostante un plot non proprio originale, la genialità del personaggio di Arnold Drake non potrà passare inosservata. Di semi-spettri in cerca di vendetta ne ha avuti e ne avrà la letteratura, basta pensare a Il Fantasma dell'Opera di Gaston Leroux o ai vari fantasmi vendicativi gotici. Il Melmoth l'Errante di Charles Robert Maturin, pur non essendo spettro è comunque condannato ad una forma di immortalità arida che ben si avvicina al tipo spettrale, mentre il Zanoni di Bulwer-Lytton è un tipo di umano molto particolare, ma mai nessuno scrittore si era mai sognato prima di rappresentare la vicenda "con gli occhi dello spettro"! Deadman è tormentato dalla solitudine, appagato il suo desiderio di vendetta non gli spetta nessun fascio di luce salvifico che lo liberi da una vita a metà, ma solo un'eterna ghirlanda successiva di missioni di vendetta, egli è stato scelto da Rama Kushna e non può sottrarsi.

Nelle intenzioni originali di Drake c’era una idea innovativa: fare di questo personaggio un esploratore dei reami dell’Oltretomba che tanto interessavano ed interessano, ma alcuni screzi con le eminenze grigie della DC gli impedirono di continuare il progetto. Nel volume qui trattato, ritroviamo Deadman 29 anni dopo. Il fumetto in quanto categoria letteraria ha subito già un considerevole balzo in avanti, è già diventato più "complesso", se vogliamo, anche grazie all’influenza di Alan Moore. Pare proprio che nella non-vita di Boston Brand si apra qualche spiraglio in più... Se poi questo risulti positivo spetterà al lettore giudicare.

Deadman: Love after Death viene affidato alle capaci mani di Mike Baron (Nexus) e Kelley Jones (Batman & Dracula: Red Rain, Crusades) e fin dalle prime pagine capiamo che qualcosa è cambiato. Deadman è stato apparentemente abbandonato da Rama Kushna e adesso è mosso solo da una motivazione, trovare una compagna. Ciò che ce lo fa sentire vicino è proprio questo suo invincibile, inarrestabile lato patetico, l’eternità è lunga, da soli lo è ancora di più, Deadman rovescia un poco le ferree regole di Stan Lee sul "supereroe con superproblemi" qui non c’è nessun supereroe, solo un fantasma che deve osservare, non visto, le vite degli altri. Lo vediamo muoversi verso una magione isolata che sembra uscita da un racconto di Lovecraft, in quanto ha saputo che la casa è infestata dal fantasma di una ballerina! Il Nostro non esita a rianimare un uomo in coma grazie alla sua capacità di possessione, oltre a trascinare persino la sconvolta fidanzata dell’uomo in questa folle impresa. Capiamo fin dalle prime pagine che gli autori hanno scelto di lasciare a casa ogni componente supereroica per concentrarsi su quello che più conta con un personaggio come Deadman; è un fantasma, lasciamo che si comporti come un fantasma! Ovviamente non rimaniamo delusi, Boston trova la sua ballerina ed è amore, che sia la volta buona? Ma non è così. L’affascinante, giovane ectoplasmessa è tenuta inchiodata alla casa da una maledizione, lanciata dal suo ex-marito (un negromante realmente pericoloso) non solo su di lei, ma su tutti i componenti del Circo che il Negromante montò a suo tempo per capriccio personale e di cui continua ad essere il tirannico impresario. Quelli che all’inizio appaiono come mostri si rivelano essere null’altro se non poveri spettri di freaks come l’uomo-capra o la donna-serpente, costretti a servire la volontà del malvagio negromante anche dopo la morte, il quale ha immolato le vite di loro tutti ad una divinità lovecraftiana, Brazia. Kelley Jones è qui al suo top, i suoi chiaroscuri espressionisti modellano figure grottesche e spasmodiche. Deadman: Love after Death segue in pieno la tradizione gotica, la vita come la morte è un carosello, un circo senza senso dove sia le persone, sia gli spiriti si spezzano irrimediabilmente, l’amore è effimero anche nel regno dei morti e come in Cime tempestose di Emily Brontë, l’eternità è la beffa più feroce. Qui il Male è rappresentato dal Mago Byron Colby e, naturalmente, da Brazia, ma a parte la componente soprannaturale, gli riconosciamo tratti fin troppo umani, cambiano i personaggi ma le impalcature classiche del gotico rimangono intatte.

Nel secondo episodio del volume, Deadman: Exorcism, troviamo un Deadman sconvolto da quanto accaduto, nel suo ennesimo tentativo di starsene per i fatti suoi. Come ogni buon fantasma che si rispetti trova una magione da infestare, per poter tranquillamente rimuginare sui suoi passati fallimenti, ma l’arrivo dell’ennesima coppia in vacanza resuscita ricordi dolorosi e Deadman diventa un poltergeist! Ancora una volta gli autori scelgono di osservare Deadman per quello che è e di nuovo colpiscono nel segno. Come si può placare uno apettro frustrato? Si rimarrebbe poi tanto sorpresi nello scoprire che i migliori sentimenti possono diventare letali e pericolosi anche e soprattutto nell’altro mondo? Il mondo dei morti, in fondo, non è forse il regno del rimosso? Dei desideri frustrati ed incompiuti che diventano larve pericolose e vendicative? Qui osserviamo Deadman da fuori, attraverso gli occhi dei perseguitati e fa paura! Il tratto di Jones si fa più attento, meno barocco rispetto a Love after Death ma non meno contorto, non meno ricco né meno corposo. Jones ci mostra i contorcimenti dei morti e dei vivi, i corpi esposti alla luce della luna si gonfiano e si allungano, le ombre divengono materiali. Assistiamo anche ad una discesa all’Inferno, che forse risolverà parte dei rovelli di Deadman.

Completano il volume due chicche sul vudù (e come no?), ma stavolta l’ironia non sta nelle forme grottesche esibite magistralmente da Jones quanto maggiormente nei dialoghi e nelle situazioni, comunque pregevoli.

La traduzione italiana segue di pari passo quella spagnola della Planeta DeAgostini, non stupitevi dunque se vi trovate davanti a parole come "castellano",,,
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